Recensione a cura di Pietro Zappalà - GIANCARLO ROSTIROLLA (a cura di), Clavis Archivorum ac Bibliotecarum Italicarum ad Musicam artem pertinentium (CABIMUS) – Guida alle Biblioteche e agli Archivi musicali italiani :: Philomusica on-line :: Rivista di musicologia dell'Università di Pavia

Contributo di Recensione a cura di Pietro Zappalà

 

GIANCARLO ROSTIROLLA (a cura di), Clavis Archivorum ac Bibliotecarum Italicarum ad Musicam artem pertinentium (CABIMUS) – Guida alle Biblioteche e agli Archivi musicali italiani, con la relativa bibliografia musicologica, con la collaborazione di Luciano Luciani, Roma, Ibimus-Aisthesis, 2004, CXIII, 1139 pp. (Studi, cataloghi e sussidi, 10).

 

L’idea che l’Italia sia un paese con un ingente patrimonio di beni culturali è un’opinione da secoli ben radicata. Che questo patrimonio non sia solo un simpatico accidente di natura semifolkloristica, ma che possa anche essere una rilevante risorsa economica, oltre che culturale, è una convinzione che invece si è fatta strada in tempi molto più recenti. Naturalmente questa percezione non è ancora stata compiutamente assimilata, come tale, dal sentire collettivo e si è affermata «in una parte più e meno altrove». Per fare degli esempi: a nessuno sfugge l’importanza dell’arte figurativa italiana (e chiunque, anche all’estero, ha almeno sentito parlare degli Uffizi o dei Musei Vaticani e immagina cosa aspettarsi in essi), dei paesaggi e dei luoghi turistici (e chiunque sa comprendere pregi e peculiarità di un paesaggio toscano o di una città come Venezia), persino delle tante tradizioni gastronomiche locali (e quanti si vantano della conoscenza di piatti o di vini molto speciali?). Meno ovvio, invece, che anche i tesori documentari musicali italiani siano avvertiti come un bene culturale e debbano essere considerati una risorsa di tutto rispetto della nostra storia civile (e possano anche diventare in qualche modo una risorsa economica): come è noto, ciò dipende soprattutto dal fatto che la musica viene vissuta troppo spesso esclusivamente nelle sue manifestazioni esteriori e come merce di consumo leggero, non come motivo di orgoglio e di studio culturale.

È forse solo nella cerchia degli addetti ai lavori che si avverte il notevole sforzo in corso da oltre un ventennio per tentare di assumere il controllo dell’immenso patrimonio di beni musicali presente capillarmente in tutto il paese. Ché, anzi, l’Italia gode di una eredità culturale molto più ampia di altri paesi del Vecchio Continente: nonostante le guerre susseguitesi sul suo suolo, nonostante le scorribande predatorie dei vari dominatori stranieri, nonostante le catastrofi naturali che periodicamente mettono a dura prova le nostre memorie storiche, l’Italia, in virtù di un atteggiamento molto conservativo di biblioteche e archivi, ha custodito un’impressionante quantità di materiali della sua storia musicale recente e più remota, che però, proprio per la loro mole (oltre che per la loro natura e per una certa trascuratezza nazionale nel trattare i documenti musicali), sono in buona parte ignoti o solo superficialmente inventariati.

La valorizzazione di un bene culturale musicale richiede una serie di passaggi che qui ci piace rammentare, avendo in mente – come la pubblicazione oggetto del nostro esame – in particolare il patrimonio di partiture, spartiti, parti e libretti, e tralasciando in questa sede strumenti e altro materiale di pertinenza musicale:

1. l’identificazione dei fondi musicali, e quindi la consapevolezza della loro esistenza;

2. la catalogazione puntuale dei fondi identificati;

3. la disponibilità dei fondi, con la verifica dell’effettiva accessibilità e la promozione di riproduzioni parziali, sotto forma di ristampe anastatiche, di campagne di microfilmatura o di digitalizzazione ed eventuale messa in rete;

4. dopo adeguata cernita, l’edizione dei materiali ritenuti più interessanti e riproponibili all’interesse dei fruitori moderni;

5. ed infine l’esecuzione concreta delle musiche conservate nei fondi presi in esame.

Orbene, il volume curato da Rostirolla (Cabimus, dall’acronimo del titolo latino) si muove all’interno del primo dei punti sopra considerati, ossia il primo anello della catena di un qualsiasi progetto di valorizzazione del nostro repertorio di documenti musicali storici. Rostirolla profonde in questa pubblicazione un’esperienza pluridecennale di indagini e di raccolta di informazioni, realizzatesi in buona parte attraverso l’iniziativa dell’Ibimus (Istituto di bibliografia musicale, da lui fondato) e i costanti contatti con la sede centrale del RISM ed i centri di documentazione sparsi sul suolo italiano, oltre che con la collaborazione di singoli studiosi (efficacemente, seppure parzialmente, rappresentati da oltre cinque pagine fitte di nomi nei ringraziamenti). Il Cabimus ha avuto una serie di predecessori, a partire da un contributo di Claudio Sartori, che nel 1971 richiamava l’attenzione su 372 biblioteche musicali, immediatamente seguito da Rita Benton, che per la serie C del RISM nel 1972 elencava 440 istituzioni; lo stesso Rostirolla pubblicava nel 1989 un censimento più ampio dei precedenti (1047 segnalazioni), per addivenire nel 1993 ad un repertorio di circa 1500 sedi depositarie di documentazione rilevante.[1] A distanza di oltre dieci anni, il Cabimus è l’evoluzione di quella mappa e aumenta il numero delle sedi censite a 1918, divenendo così il repertorio più ampio finora realizzato e messo a disposizione degli studiosi.

Il Cabimus si apre con un’ampia introduzione. Essa muove dall’esame della complessa situazione in cui versano le numerose biblioteche italiane, la cui tipologia è molto variegata così come lo è la dipendenza amministrativa dai più svariati enti. Rostirolla riassume successivamente il percorso svolto dai precedenti censimenti fino al presente ed illustra a grandi linee i movimenti di riscoperta e di rivalutazione dei fondi musicali italiani, dalle iniziative di Guido Gasperini nella prima metà del Novecento, a seguire con l’opera essenziale di Claudio Sartori, per passare poi al fiorire di iniziative a partire dagli anni Ottanta del secolo appena concluso. Rostirolla si sofferma poi sulla ricchezza e l’importanza dei fondi conservati nei conservatori di musica, nelle principali biblioteche ‘generali’ e su altri fondi di particolare importanza, concludendo con la constatazione che il patrimonio musicale italiano è rappresentativo di un intero millennio di storia. Nell’ultima parte dell’introduzione Rostirolla richiama il dibattito in corso sui problemi ancora irrisolti per una buona gestione di questi ‘giacimenti culturali’, dalla catalogazione alla loro valorizzazione. Quasi ad alleggerire la complessità del quadro tracciato fino a questo punto e per far toccare con mano al lettore le minute difficoltà occorse nella redazione del Cabimus, l’introduzione è seguita dalla narrazione di una mezza dozzina di episodi semi-tragicomici avvenuti durante la raccolta dei dati: episodi che contribuiscono a dare un’idea delle molteplici reazioni che si possono incontrare lavorando in un settore di fatto ancora molto trascurato.

Esaurita la parte introduttiva, il censimento dei fondi musicali si apre con alcune sezioni accessorie: dapprima un indice generale degli archivi menzionati nel Cabimus (ordinato alfabeticamente per località, consente un rapido sguardo sul contenuto dell’imponente volume e l’immediata verifica della presenza di una località o una biblioteca nel censimento), quindi l’elenco delle abbreviazioni generali, delle abbreviazioni bibliografiche e delle sigle dei periodici citati.

Siamo giunti al cuore del repertorio, con le singole schede informative dedicate di volta in volta ad una biblioteca o archivio o centro di raccolta di manoscritti ed edizioni. La scheda tipo fornisce una serie di notizie preliminari sull’istituzione: nome ufficiale, indirizzo postale, recapito telefonico, indirizzi elettronici, la sigla RISM (integrata da sigle provvisorie per quegli enti che ancora non ne siano provvisti), ente di appartenenza e data di fondazione, orari di apertura e servizi offerti. Alcune di queste informazioni sono tanto preziose, quanto caduche: recapiti telefonici, indirizzi elettronici e tipologia di servizi sono infatti molto utili per pianificare ricerche, ma sono anche elementi che facilmente cambiano nel tempo, rendendo inefficaci in futuro molte indicazioni di questo vasto repertorio. Il secondo gruppo di informazioni è quello che riguarda la natura e la consistenza dei fondi musicali posseduti dall’istituzione: è forse questa la parte che più interessa lo studioso e ogniqualvolta la scheda si dilunga nell’elencazione dettagliata (pur nella sintesi) del posseduto della biblioteca si avverte tutta la ricchezza di questo repertorio, che permette di avvicinare il lettore alla fisionomia dell’archivio pur stando distante dalla sua sede. Certamente le schede sono molto discontinue, poiché si va da quelle che sintetizzano il posseduto in poche laconiche righe a quelle che offrono un computo esatto dei documenti depositati e ne elencano dettagliatamente gli autori. È evidente che la difformità di questa parte delle schede non è da considerare un demerito dei curatori del repertorio, quanto un riflesso della diversa disponibilità delle biblioteche nel diffondere notizie sulla consistenza dei propri fondi (spesso nelle singole voci si segnala il nome di colui che ha fornito le informazioni): il fatto che il Cabimus somigli proprio alla somma di tanti appunti raccolti in maniera difforme nel corso del tempo è testimonianza da un lato del caparbio lavoro condotto da Rostirolla e dal suo staff di collaboratori, dall’altro dell’oggettiva difficoltà che si incontra tuttora nel tentare di documentare una realtà così frammentata ed eterogenea. A conclusione della scheda c’è una bibliografia relativa sia alla città sede dell’istituzione che detiene i fondi, sia all’istituzione in sé, sia ai principali testimoni ospitati nei suoi archivi. Questa bibliografia, di un’ampiezza che talora desta vera impressione, segue la falsariga di quanto a suo tempo prodotto dalla Benton, ma si impone come strumento di lavoro di primaria importanza per approfondire la conoscenza dei depositi archivistici e librari italiani.

La sequenza principale delle schede, che occupa la porzione di gran lunga prevalente del repertorio (pp. 1-871), è seguita da una proporzionatamente corposa sezione di addenda (pp. 875-1026), risultato dell’ulteriore raccolta dei dati effettuata dopo la prima chiusura del lavoro (1999). Bisogna dire che usualmente nei repertori bibliografici gli addenda sono confinati nelle ultime pagine della pubblicazione e rimangono così spesso trascurati dal lettore, causando un danno che – per questo tipo di letteratura – è assai più grave che in un saggio di altro genere: in questo caso, invece, il sistema di segnalazioni che rinvia dalla sezione principale agli addenda è presente in ogni scheda interessata, garantendo al lettore un sicuro richiamo al completamento della notizia.

Il Cabimus si chiude con gli indici: quello delle sigle RISM utilizzate (e quindi un riassunto delle istituzioni presenti nel repertorio) e un imponente indice dei nomi (pp. 1051-1139), prevalentemente dedicato ai nomi dei compositori le cui musiche sono censite nel repertorio (limitatamente ai nomi che compaiono nelle schede ricche di dettagli in tal senso).

Una pubblicazione così imponente non sfugge ad alcuni problemi redazionali; in particolare si riscontrano con una certa frequenza errori di varia natura, alcuni macroscopici (come il doppio elenco delle abbreviazioni bibliografiche, ripetuto accidentalmente alle pp. lxxxvii-xci e alle pp. cix-cxiii), altri meno palesi (ad es. nella scheda 376: nella citazione del Catalogo tematico delle opere a cura di Inzaghi e Bianchi manca il nome del compositore interessato, Alessandro Rolla). Errori e refusi sono assolutamente comprensibili in un lavoro di tanta mole, e non sarà certo lo scrivente a biasimarli, consapevole come è della difficoltà di debellarli del tutto: tuttavia non si può tacere il fatto che simili refusi ingenerano nel lettore il dubbio che possano annidarsi errori importanti anche laddove egli non sia in grado di riconoscerli autonomamente.

Avanzando una considerazione più generale, su questo repertorio aleggia costante il problema della completezza, in parte espresso più volte al suo stesso interno, in parte come aspettativa del lettore. Si tratta di un problema che ha parecchi risvolti e si presta ad alcune riflessioni:

1. Modalità degli aggiornamenti. Ogni repertorio cartaceo comincia a morire nell’istante stesso in cui viene licenziato dallo stampatore. I curatori di questo, consci della necessità di attualizzare i dati più labili, di correggere gli errori, di integrare le lacune, di proporre le novità, progettano la pubblicazione di aggiornamenti biennali. Questa soluzione, come è noto, si traduce nel tempo in una consultazione sempre più macchinosa che induce più facilmente in errore il lettore e, dopo un certo tempo, invita ad una riedizione integrale del repertorio. Sarebbe comodo, in questo caso, invocare un’edizione elettronica del Cabimus, il cui aggiornamento potrebbe essere condotto in tempi rapidi e a costi ridottissimi. Ma lo scrivente, che pure è un fervido fautore delle risorse elettroniche, è anche un fervido e affezionato cultore dei libri cartacei: e la consultazione del Cabimus in tale formato è fonte di soddisfazione, anche per le frequenti illustrazioni e i frequenti capilettera ornati sparsi fra le varie schede.

2. Possibilità di ampliamenti. Nella prefazione il curatore sembra quasi scusarsi se non tutte le schede riportano la completezza dei nomi dei compositori presenti nel fondo di volta in volta esaminato, ripromettendosi di puntare a questa completezza con i fascicoli di aggiornamento. Questo obiettivo sembra francamente eccessivo e forse addirittura velleitario, giacché il Cabimus andrebbe a ricalcare in parte un catalogo collettivo nazionale della musica (SBN, con la sua diramazione specializzata per il materiale musicale) che, già in corso, ha ben altra mole (e ben altri problemi).

3. Opportunità di ampliamenti. Vorrei qui sottolineare come un repertorio di fondi musicali non possa (materialmente) e non debba (disciplinarmente) ambire a collimare con un mega-catalogo. Il suo gran pregio, che il mega-catalogo non ha, è proprio quello di far risaltare la natura, l’estensione, la storia, il valore culturale di ogni fondo o di ogni biblioteca, cosa che il catalogo – nella sua puntuale descrizione di ogni singolo documento – tende inevitabilmente a perdere. Si tratta di due facce diverse della stessa medaglia, ed è opportuno che ognuno svolga il suo ruolo a vantaggio dello studioso-utente: il catalogo (ho in mente ovviamente un sistema elettronico di amplissimo respiro) scova per l’utente ogni singola manifestazione a stampa o manoscritta, il repertorio di archivi e biblioteche instrada a comprendere il valore storico-culturale di quella manifestazione nel contesto in cui essa fisicamente si trova.

4. Orizzonte degli ampliamenti. Più volte il curatore avverte il lettore della provvisorietà di questo repertorio, che dichiara trattarsi «un tentativo, ancora relativamente provvisorio»: la cautela molto appropriata che trapela da queste parole ci dà la misura di quanto ancora sia lontano l’obiettivo di una consapevolezza attendibile del patrimonio musicale italiano. (Anche il fatto che in soli quattro anni il repertorio sia lievitato, negli addenda, di circa il 15%, sia per il numero di schede descrittive, sia per il numero di pagine della pubblicazione, è un ulteriore indizio della mole di dati ancora da recuperare ed elaborare). Tuttavia questo sforzo di completezza rischia di arenarsi per via della tendenza a dilatare a dismisura il concetto di «fondo musicale». Il problema è ampiamente richiamato nelle pagine introduttive al lavoro: nel Cabimus sono stati presi in considerazione i più tradizionali documenti musicali, ossia spartiti e partiture musicali, a stampa e manoscritte. Ma l’orizzonte degli studi musicali e musicologici ora più che mai avverte l’esigenza di inglobare anche altri tipi di manifestazioni, come i libretti, le audioregistrazioni, i carteggi epistolari, la musica contemporanea, il repertorio di musica leggera e quant’altro: l’espansione del concetto di fondo musicale anche a questi materiali, tuttavia, costringerebbe il Cabimus ad una espansione dimensionale di difficile gestione.

In conclusione, siamo di fronte al migliore dei censimenti in circolazione per la percezione della situazione dei fondi musicali in Italia. E tanto basta non solo per salutare con estremo favore la comparsa del Cabimus qui commentato, ma per attendere con curiosità e impazienza l’arrivo delle promesse integrazioni biennali. Una maggiore consapevolezza dei fondi posseduti sul territorio italiano non può che influire positivamente sulla loro preservazione e sulla loro valorizzazione, nonché fungere da stimolo per gli studiosi. Non ultimo, essa potrà contribuire a risvegliare anche le coscienze intorpidite di coloro che sono estranei ai fenomeni musicali al riconoscimento dell’importanza paritaria che hanno la musica e la sua tradizione documentaria nel patrimonio dei beni culturali del nostro paese.

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[Bio] Pietro Zappalà insegna Bibliografia musicale e biblioteconomia musicale presso la Facoltà di Musicologia di Cremona. Ha pubblicato articoli e monografie in campo bibliografico e musicologico (fra gli altri, su F. Mendelssohn Bartholdy e A. Ponchielli).

[1] Cfr. CLAUDIO SARTORI, Le biblioteche musicali italiane, «Fontes Artis Musicae», 18/3, 1971, pp. 93-157; RITA BENTON, Directory of Music Research Libraries, Part III: Spain, France, Italy, Portugal, Iowa, University of Iowa, 1972 (Répertoire International des Sources Musicales, Serie C), pp. 137-292; GIANCARLO ROSTIROLLA, Biblioteche e archivi musicali: censimento, catalogazione e valorizzazione del patrimonio musicale, «Annuario Musicale Italiano», 4, 1989, vol. 1, pp. 377-383 e ID., La ricerca e la conservazione dei beni musicali: un repertorio delle biblioteche e degli archivi, «Annuario Musicale Italiano», 4, 1989, vol. 2, pp. 317-344; ID., Biblioteche e archivi musicali italiani: una nuova mappa, «Annuario Musicale Italiano», 5, 1993, vol. 2, pp. 693-845.

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